Di fortune e sfortune…

Ci son giorni in cui mi sento incredibilmente e perché no doverosamente, pessimista e sfortunato, soprattutto sulla spinta di eventi negativi, o che percepisco come tali, che si presentano al mio cospetto. La mia prima reazione, quando si stendono davanti a me giornate così, è sempre orientata alla rabbia, all’esiliarmi in un profondo stato di solitudine, allontanando chiunque si trovi in prossimità di me e del mio cuore. È il momento più duro, quello in cui sentimenti oscuri si sommano a uno a uno nella mia mente, facendomi cadere in uno stato di provvisoria depressione. La seconda reazione è quella meditativa, dove stanco per il nervoso che si propaga in tutto il mio corpo, mi vedo costretto a fermarmi, a rilassarmi e a somministrarmi la dose quotidiana di meditazione trascendentale. La terza e ultima reazione è quella della presa di coscienza. Mi convinco che non esistono eventi negativi e positivi, che non esistono giorni peggiori o migliori e soprattutto che non esistono le fortune e le sfortune, almeno non in un’ottica di visione globale del tempo e dello spazio. Durante quest’ultimo stadio, dal quale successivamente risorgo come la fenice, oriento il pensiero verso un ricordo particolarmente importante della mia vita, avvenuto una sera di trentuno anni fa.

Per festeggiare la fine dell’anno scolastico, con la mia classe, i genitori e le maestre, eravamo andati a mangiare una pizza. Alla fine della cena, insieme al mio migliore amico, ovviamente accompagnati dai nostri genitori, ci recammo alle giostre poco lontane. Le avevamo viste quando eravamo arrivati al ristorante e durante tutta la sera, avevamo cercato di strappare ai nostri genitori, la promessa di farci fare un giro sull’ottovolante, prima di rientrare a casa. Ricordo che stranamente, quando arrivammo, le giostre erano tutte chiuse, eccetto il banco delle slot machine. Io e il mio amico, in sostituzione dell’agognato ottovolante, chiedemmo e ci fu accordato di giocare a quelle.

In tutta la mia vita, i miei primi quarant’anni, avrei giocato alle slot machine una ventina di volte, considerato anche quelle in cui mi è capitato di farlo con mia figlia e non avrei mai vinto niente, ad eccezione di quella sera. Vinsi un bellissimo premio, uno splendido orologio Casio, come quelli che sono tornati di moda proprio in questi ultimi anni. Ricordo che suscitai l’invidia anche del mio amico, ma soprattutto ricordo che mi sentii felice. Quella sera rientrai a casa con l’orologio al polso, deciso a non toglierlo, volevo dormire con il mio trofeo addosso. Mia madre venne a darmi la buonanotte e me lo sfilò delicatamente dal braccio, appoggiandolo sul comodino – Non vorrei ti graffiassi mentre dormi! – mi disse. Io felice guardai prima lei e poi l’orologio – Hai visto mamma, ho vinto alle slot machine, babbo dice che non si vince mai…sono proprio un bambino fortunato! – dissi, lei sorrise – Vero, hai proprio fortuna! – ribadì, dopodiché mi baciò, spense la luce e andò in camera sua. Quella sera stessa, lo avrei saputo tanti anni dopo per bocca di mio padre, mia madre entrò in camera, gli raccontò che volevo dormire con l’orologio e gli ripeté quello che le avevo appena detto. Entrambi risero, mio padre spense la sigaretta – Più che altro ha un gran culo! – disse. Mia madre si spogliò e mentre si toglieva il reggiseno e continuava a ridere in maniera benevola di me, toccandosi con le dita, in corrispondenza del seno sinistro, percepì un piccolo bozzo, indice della malattia che di lì a due anni ce l’avrebbe strappata via.