Di coperte e sottoboschi

C’è qualcosa di magico nella sensualità del pensiero di te, qualcosa che riesce ad attrarre parti di me verso momenti e ricordi oramai lontani, arcaici, dei quali a volte, tra la moltitudine e la solitudine, delle routine giornaliere, dubito, come se stentassi a credere che siano realmente passati, tanto quella leggerezza temporale e sentimentale, appare perfetta davanti alle sbavature della mia realtà odierna.  

Eppure, in cuor mio intendo, so che non è così, che la mia memoria gioca a nascondino con la mia coscienza, mostrandomi illusioni, cose non vere; ma non riesco a indulgere a certi appetiti, all’erotismo di qualcosa che la mia mente ha costruito e che da difettoso ha reso perfetto.

Certo, bisogna ammettere che ciò è pesantemente invalidante, poiché essendo umano e trovandomi nell’impossibilità di evitare paragoni, le mie comparazioni peccano di verità, ma se non posso resistere all’erotismo del mio cervello, che estrae dal caos la perfetta realtà che percepisco ogni giorno, come posso resistere all’erotismo di una te perfetta ai miei occhi e al mio cuore? fata Morgana della mia esistenza.

Così in questo assurdo susseguirsi di momenti, un attimo esisti e quello successivo scompari, come una magica illusione, come un fenomeno naturale, come la felicità, come la tristezza e in questa forma effimera che hai assunto all’interno della mia mente e, di conseguenza, all’interno della mia vita, vivi eterna, al di fuori della misera realtà che questo mondo mi propone ogni giorno.

Ti vedo apparire anche adesso, mentre scrivo una parola, e scomparire nello spazio bianco immediatamente successivo, per poi tornare ancora e scomparire di nuovo, in un ritmo visuo-musicale che si associa al battito del mio cuore, costante, continuo.

Questo mi induce a scrivere senza mai giungere a una fine, per la paura dello spazio eterno oltre l’ultimo punto. Questo forse mi induce a strumentalizzare questa pagina in modo da poter godere ancora del tuo ricordo, dell’erotismo della tua presenza, porta aperta verso un universo parallelo distante anni luce dalla realtà in cui vivo.

Ho aperto una valigia l’altro giorno, stavo cercando alcune cose scritte tanti anni fa, sulla scia di alcuni ricordi apparsi nella mia mente in seguito ad alcune frasi pronunciate da te. Dentro ho trovato la coperta di lana lavorata a mano da mia nonna, quella composta da tanti quadrati multicolore, ti ricordi? Aprendola ho notato che tra le maglie, c’erano ancora incastrati i fili d’erba secca di quando la distesi per terra in un sottobosco, del quale non ricordo la reale ubicazione. Ho anche una foto scattata mentre sono seduto su quella coperta, da qualche parte, e sei stata proprio tu a scattarla, visto che dopo averla stesa al mondo e successivamente ripiegata, non è più stata toccata. Mi piace immaginare mia nonna, che lavora quella lana giorno dopo giorno per preparare qualcosa che verrà utilizzato una volta sola, in un determinato istante della mia vita, e mi piace che in quell’unico istante in cui è comparsa sul palcoscenico del mondo ci sia stata tu.  

Ho aperto quella valigia e l’ho richiusa e tu, apparsa una volta che la zip aprendosi ha sprigionato il ricordo, sei nuovamente scomparsa nel momento in cui essa, chiusa, è tornata al suo posto. E così è per tutto, ti vedo apparire e scomparire, come un faro, come una lucciola, come la freccia di un’auto che svolta e lascia la strada che sto percorrendo. Ora esisti e l’attimo dopo non esisti più in un ritmo esistenziale che si associa al battito del mio cuore, costante, continuo eterno, almeno fino alla mia morte.