Di stanze vicine…

Non c’era molto da dire, tu eri tu ed io ero io e il mondo non era pronto per entrambi, insieme intendo, separati è un altro dire. Così tu sei cresciuta, madre, io sono rimasto io, un po’ più vecchio, ma prevalentemente lo stesso. E sbraito, ogni tanto, come facevo un tempo, nervoso, incazzato, oggi con le poste, domani con il concessionario, tra tre giorni per le tasse, poi la banca e il giro ricomincia. Gli anni passano veloci e continuo, come sentenziavi tu un tempo, a non trovare la mia serenità. Si, a volte la intravedo, in un tramonto, nel disegno delicato di alcune colline che mi danno il benvenuto rientrando a casa, dove sono nato, nel messaggio delicato e dolce di qualcuno, nei baci, e nelle carezze di Livia, ma è solo un attimo, poi di nuovo scompare.

E tu lo dicevi, che non ero tranquillo dentro e che le cicatrici sono talmente tante in me, da trasformarmi in un Frankestein del sentimento. Ed io ti rispondevo di no, che non era vero, ma adesso riflettendo, non trovo di meglio che darti ragione, nella solitudine di un bicchiere di whiskey e di un brano musicale che gira su sé stesso da almeno venti minuti, ricordandomi la malinconia dei miei sorrisi. E fa caldo, di conseguenza la notte riposo male e tutto ciò che ricordo al mattino, del mio sonno agitato tra lenzuola bagnate di sudore è la sensazione di aver sognato qualcosa di molto angosciante, che non riesco a visualizzare.

Anche stanotte mi sono svegliato in preda a quella strana angoscia che tu conosci bene, e che a volte mi toglie il fiato fino a non permettermi di respirare. Ricordi forse, tu mi stringevi la mano e la accarezzavi quando succedeva, mentre il cuore batteva all’impazzata, senza sosta, come un’auto in accelerazione e il respiro si faceva faticoso per qualche minuto. Ecco è successo ancora stanotte e quando, chiudendo gli occhi e accarezzandomi le mani da solo, mi sono lentamente calmato, ho pensato che mi mancano solo le paralisi del sonno, delle quali per lungo tempo ho sofferto e che da tempo oramai non si fanno più sentire. Forse lo ricordi il mio sguardo terrorizzato al mattino, il viso imperlato da mille goccioline di sudore, ed io che ti raccontavo di essermi svegliato completamente paralizzato e che quando avevo cercato di chiederti aiuto, solo un sussurro era uscito dalla mia bocca, come se un peso schiacciasse il mio corpo contro il letto. Solo a ripensarci, il terrore di poterne soffrire ancora sale, lungo la mia schiena.

Tu ridevi, dicevi che esageravo, dici che ho sempre esagerato, che la vita non può essere così dura da vivere, ma ci sono minuti di orologio che diventano interminabili, e che si struggono in silenzi di dolore che non hai mai capito, e che forse, non ho mai capito neppure io. Così a volte ne rido, scuoto la testa, mi dico che hai ragione tu, che sono io che esagero ma poi ci ricasco ancora e ancora e tutto ruota in un’illusione infinita di dolore e negazione del dolore.

E mentre un altro sole muore dissanguato da un tramonto incredibilmente lento, mi dico che il mio posto non è mai stato al tuo fianco e il tuo non è mai stato di fianco a me, che mai due esseri si sono compresi meno di noi, ma che è stato bello provarci, almeno, per non rimpiangere il non vissuto oltre il nostro primo incontro, e per diventare qualcosa che va oltre tutto questo, oltre il mistero della morte e della vita e che evapora in una complicità ultraterrena, separati sì, ma con un obiettivo comune, proteggere quello che entrambi abbiamo di più caro.

Tra poco la notte arriverà di nuovo alla mia porta, busserà solitaria come tutte le sere e forse riuscirò a dormire. Nell’attesa ti ringrazio, che a dimostrazione della tua teoria di star male sempre per qualcosa di nuovo, son passato in quattro anni, dall’esser angosciato per la vita, a esserlo per la morte e questo grazie a te, con tutti i pro e i contro che questo genera ogni minuto in me.