Lo Stephen King francese

Ieri, quasi per caso, se qualcuno ci credesse, sono finito in una libreria. Stavo camminando tranquillo in direzione del parcheggio dove avevo lasciato l’auto, quando una bellissima vetrina piena di libri sulla fotografia si è materializzata di fianco a me e ha attirato la mia attenzione. Non ho ovviamente esitato a entrare nel negozio e come faccio ogni volta, mi sono messo a curiosare. Mentre mi muovevo tranquillo tra gli scaffali e venivo ripetutamente scambiato per un responsabile del negozio, visto che oltre ai commessi solo io indossavo la mascherina, mi è caduto lo sguardo su due libri dalla copertina completamente nera, esposti l’uno di fianco all’altro. Per leggerne il titolo e l’autore, ho dovuto prendere in mano uno dei due volumi, dal peso di circa un chilo ripartito più o meno in quelle che sembravano quattrocento, forse cinquecento pagine, più la copertina morbida patinata. Per i curiosi, mi dispiace, non ricordo né il titolo, né l’autore, li ho completamente rimossi appena uscito dal negozio. Quella che invece si è impressa nella mia memoria, come un flash, è stata la fascetta promozionale verde fluorescente con scritte rosse, che avvolgeva i due libri e che riportava la frase: “Nome autore … lo Stephen King francese”.

Una volta rientrato a casa, ripensando a quella fascetta ho sorriso, in primis perché il nome dello stra-conosciuto scrittore americano ha completamente annientato, nella mia memoria, il nome dell’autore del libro, in secundis perché ho scoperto, facendo un giretto su Google (cercando di recuperare il nome), che in Francia ci sono almeno sette scrittori che vengono apostrofati come Stephen King francesi e che purtroppo, quell’autore non appariva tra questi.

Riflettendoci, successivamente, mi sono reso conto di quanto questa cosa sia assurda. Una persona ci mette talmente tanto; minuti, ore, giorni, mesi, anni di sindromi psicotiche, traumi, disastri psicologici, per riuscire a mettere in atto il proprio processo di individualizzazione e personalizzazione e poi che succede…tac, per vendere qualche copia in più arriva qualcuno che ti etichetta: Amico mio, ma tu sei lo Stephen King francese! Se succedesse a me, potrei anche suicidarmi per una frase del genere e qualcuno probabilmente lo ha fatto davvero. Sì, lo so che il marketing, le vendite, gli autori poco conosciuti, l’editoria in difficoltà e che: Cavolo ma ti paragoniamo a Stephen King mica a Mario Rossi! …ma vi immaginate il disastro psicologico latente interiore all’autore stesso? Questo ragazzo ha impiegato ore a cercare la propria voce, ha elaborato una trama e poi ha vomitato su carta una storia di oltre mille pagine, se consideriamo i due tomi (ecco perché i due volumi uguali uno di fianco all’altro), tutto questo per sentirsi dire che somiglia ad un’altra persona. Me lo immagino, rientrare a casa, guardare su Google come ho fatto io e scoprire che ce ne sono almeno altri sette di cloni come lui. Questo modo di presentare le cose mi sembra assurdo, e guardate che non è affatto banale questa riflessione, perché dire che il tuo prodotto ricorda quello di un altro autore non è un aggettivo e nemmeno un complimento, soprattutto quando si parla di arte. C’è una bella differenza tra dire, parlando di cinema: “Sei il Federico Fellini Americano” e “I tuoi film sono molto Felliniani”, la cosa non è affatto banale.

Mi ricordo di un episodio successo tanti anni fa. All’epoca studiavo Psicologia all’università e essendo costretto a lavorare, per pagarmi gli studi, avevo trovato un impiego come apprendista pasticciere in una pasticcieria non lontano da dove abitavo. L’ambiente era molto goliardico e scherzavamo spesso tra di noi, facendo battute e schernendoci a vicenda. Una mattina, parlando con il vecchio pasticciere al quale facevo da apprendista, dissi sorridendo e credendo di fare un complimento: Ma tu sei il Pierre Hermé dell’Empolese- Val d’Elsa! L’uomo, che chiamavamo tutti Il maestro e che al massimo poteva essere conosciuto nel paese e nelle cittadine limitrofe, mentre Hermé era già conosciuto a livello mondiale, si voltò verso di me e con fare gentile, mantenendo uno sguardo austero, scosse la testa e mi disse: Claudio caro, a me Pierre Hermé mi fa una … beeeeeep…. Rifletteteci.