Di parolacce, perifrasi e altre elucubrazioni

Mia figlia ha raggiunto i quattro anni qualche giorno fa con tutti i pro e i contro della cosa. Come diretta conseguenza, da qualche tempo, parla senza interruzione, come uno speaker di radio dj e registra tutto nella sua memoria, come Solomon Šereševskij, il giornalista russo protagonista del libro Una memoria prodigiosa del medico psicologo Aleksandr Romanovič Lurija. Questo pone dei seri problemi in casa, relativi soprattutto al mio modo di esprimermi. Mi trovo ad esempio costretto, per la prima volta, a fare più attenzione al vocabolario che utilizzo e alle espressioni che escono fuori dalla mia bocca, in particolare quando mi arrabbio.

La cosa mi fa sorridere e recentemente ha riportato alla mia memoria un romanzo incredibile che ho letto anni fa e che avevo momentaneamente rimosso, Hocus Pocus di Kurt Vonnegut. Il protagonista di questo libro, Eugene Debs Hartke, veterano del Vietnam e professore universitario, decide di non dire più parolacce e si limita a utilizzare espressioni che nella versione italiana suonano come: testa di pene! Oppure: siamo in una bella casa di tolleranza!

Riflettendo su questa problematica, mi sono reso conto di quanto, il linguaggio mediatico, quello presente in alcuni film, ma anche nelle modalità di espressione di certi politici e personaggi pubblici, negli ultimi anni abbia sdoganato tutta una serie di espressioni incredibilmente volgari, che oggi risultano quasi del tutto di uso comune.

Questo, a mio avviso, ha avuto ripercussioni incredibili, in primis sul linguaggio stesso, successivamente sul nostro modo di porsi nei confronti dell’altro, si pensi solamente al fatto che l’arte dell’ingiuria senza offesa diretta è andata quasi completamente perduta. Un esempio potrebbe essere il discorso di Mussolini in parlamento: …potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli… che tradotto nell’italiano odierno suonerebbe più o meno: …brutte facce di merda, avrei potuto mettervela in culo come niente… tra l’altro questo era il senso effettivo della sua dichiarazione.

C’è da dire che la parolaccia o l’ingiuria, non sono più soltanto espressioni di disapprovazione e manifestazione di un pensiero diverso rispetto a quello della persona alla quale l’ingiuria stessa è diretta, ma con l’andare del tempo sono divenute bandiere per elevarsi rispetto a l’altro, ridurlo a brandelli e sottometterlo al nostro pensiero. Mi chiedo anche se il bullismo violento tra bambini e adolescenti, come lo conosciamo oggi, non sia l’evoluzione di questo sdoganamento verbale di cui sopra.

Di certo c’è che questo essere espliciti, diretti, volgari, in qualche modo ci ha fatto perdere il gusto per le frasi complesse, per le perifrasi, penso per esempio a Giorgio Manganelli che nel suo Vita di Samuel Johnson fa dire al personaggio principale: Signore, vostra moglie, col pretesto di tenere un bordello vende stoffe di contrabbando! Che meraviglia.

Non c’è niente da fare, erano altri tempi. Oggi noi accendiamo la tv e le offese fioccano a ogni battuta e mentre la gente oramai ride a queste manifestazioni di volgarità, che caratterizzano quasi completamente anche la comicità odierna, io quasi ringrazio di non avere il problema di dovermele sorbire e di non aver sviluppato, nel corso degli anni, una dipendenza televisiva.

Per quanto riguarda Livia invece, beh, le ho spiegato che a volte al babbo qualche parolaccia può scappare e che comunque, primo non è bello ripetere a pappagallo quello che dicono gli altri, secondo non sempre babbo parla come dovrebbe parlare. Mi sembra che abbia capito, non ripete quasi mai quello che dico e se qualche parolaccia mi scappa, sento una vocina poco distante che si leva nel silenzio: babbo, ne hai detta un’altra…uff…