Momenti di gratitudine…

Mi piacevano le tue mani, quando stringevano delicatamente la tazza di tè calda, il tuo volto, in parte nascosto dalla ceramica, il soffio che usciva dalle tue labbra lievemente socchiuse, gli occhi, che sorridevano osservando chissà cosa e la musica che mettevamo su, qualche vecchio vinile comprato dal robivecchi sotto casa, più fruscio che musica reale, tanto le puntine malridotte li avevano solcati in tempi lontani. C’era sempre una tromba, spesso di Chet, a volte di Miles, raramente di Armstrong. Ti piaceva So What? Espressione che più utilizzavi rivolgendoti a me, quando assorto nell’ascolto, mi lanciavo in monologhi assurdi su quanto la vita fosse orribile, su quanto non meritasse tutti i pregi che giornalmente gli attribuiamo, per confortarci del fatto che qualcosa di inutile sta andando in onda su questo pianeta, in questo universo.

Non ti piaceva Tom Waits, non sopportavi la sua voce – Non si capisce un cazzo che parli o che canti! – dicevi, quando preso dallo sconforto per lo stato d’animo che s’incupiva, mettevo su uno dei suoi album. Ti rispondevo raccontandoti come la definiva, quella voce, un critico musicale dal nome assurdo è come se fosse stata immersa in un tino di whisky, poi appesa in un affumicatoio per qualche mese e infine portata fuori e investita con una macchina… – dicevo e tu ridevi bevendo il tuo tè ed il mio animo tornava a rischiararsi. Il tuo sorriso era terapeutico almeno quanto la delicatezza dei movimenti delle tue mani, pulite, curate, non variopinte come clown in un circo, al massimo lievemente agghindate con qualcosa di luccicante, rigorosamente trasparente, tanto per farle brillare, dita dalla punta di diamante.

Consumavamo un sacco di tè in quegli anni e un sacco di musica e un sacco di altra roba che non sto qui ad elencare. Pioveva spesso, c’era da occupare il tempo in qualche modo e noi, non abbiamo mai amato la televisione, anche se amavamo il cinema. La musica tuttavia restava il nostro punto d’incontro più profondo, unica nostra difesa, le sonorità che riempivano quel silenzio, che troppo spesso cadeva tra di noi. Le mani, le espressioni, tutto il resto, non potevano andare a colmare gli strapiombi e i labirinti che irrimediabilmente andavano formandosi nel nostro salone, esposto al freddo e alle intemperie di inverni troppo, davvero troppo lunghi, per esser accettati dall’animo umano, fosse anche l’animo più devoto.

Toglievi Tom Waits quando il mio morale, avvolto dal buio e da una tristezza quasi inconscia, cominciava a rendere l’aria all’interno della stanza, ancor più pesante dell’umidità portata dai temporali. Generalmente succedeva dopo le prime strofe di Eyeball Kid, quando l’impresario artistico racconta, di aver incontrato il bambino di nove anni con la testa di occhio nella città di Saigon e dopo aver promesso di badare a lui e avergli spiegato di volerlo nel suo circo, gli mostra il contratto dicendo …I know you can’t speak, I know you can’t sign, so cry right here on the dotted line… – allora scuotevi la testa, riponevi Tom insieme agli altri e quasi sempre mettevi su Abbey Road dei Beatles, sicura di sapere che avrei sorriso, all’oscuro del fatto che sarebbe stato l’ennesimo sorriso amaro.

Come se ci fosse qualcosa da sorridere nella fine di una storia d’amore, fosse la nostra o quella dei Beatles. E ascoltavamo, ed io muovevo la testa, pensando che fosse ironico il fatto che avessero suonato l’intera facciata b del disco in medley, come se nemmeno loro volessero definitivamente lasciarsi, come se desiderassero, nel profondo del loro cuore restare insieme e allora continuassero a suonare, a cantare, a parlare per la paura di interrompere il discorso intrampreso dieci anni prima. Come quelli addii che tardano ad arrivare, con quei quattro che parlano, parlano, parlano e cercano pretesti e discorsi per non andarsene, per non sparire nella notte, per non scappare in altri luoghi dell’universo. Discorsi su discorsi, ininterrotti, in un medley che non dura più di venti minuti, ma che potrebbe durare secoli e nessuno se ne accorgerebbe, soprattutto coloro che ne sono coinvolti direttamente, perché alla fine – …the love you take, is equal to the love you make… – dissero quei quattro, senza pensarlo mai veramente.