Di incontri…

Qualche giorno fa, mi trovavo a cena al ristorante insieme a mia figlia Livia. Stavamo aspettando le nostre portate e come facciamo spesso, parlavamo, o meglio, io le ponevo milioni di domande e lei pazientemente rispondeva, raccontandomi storielle di vita quotidiana che le capitano quando non ci vediamo. Mentre conversavamo tranquilli, una coppia di persone anziane seguita dal cameriere, è apparsa sulla terrazza dove eravamo seduti e si è sistemata in un tavolo poco distante dal nostro. Noi non abbiamo rivolto molta attenzione verso la coppia, anzi abbiamo continuato a chiacchierare delle nostre cose.

Mia figlia mi stava spiegando che qualche giorno dopo sarebbe partita in aereo con la mamma e che aveva un po’ di paura perché la zia le aveva detto che, durante il decollo, avrebbe sentito male alle orecchie. Tralascio il fatto che personalmente odio quando le persone insinuano nella testa dei bambini o dei giovani in generale, paure e fobie idiote dei quali potrebbero fare a meno, dirò soltanto che mi sono messo a ridere. Dopodiché ho cercato di spiegare a mia figlia, che quello che gli è stato detto non è propriamente vero, che è una cosa che può succedere, ma che è più probabile che non sentirà niente, infine ho giustificato la mia tesi affermando che sua zia probabilmente ha preso l’aereo una volta in tutta la sua vita, mentre io ne ho presi almeno un centinaio soltanto negli ultimi dieci anni. Ovviamente a quelle parole, Livia ha spalancato la bocca e ha cominciato a pormi un sacco di domande, ancora più stupita quando le ho raccontato, che perfino i suoi due gatti, hanno preso più aerei di sua zia, visto che me li sono portati dietro negli Stati Uniti, quando mi sono trasferito a Chicago. A quel punto si è messa a ridere e dandosi una botta sulla testa ha detto – Ah ma allora se Murdoch e Charden hanno preso l’aereo…non devo proprio aver paura…loro sono due gatti!

Il cameriere ci ha portato le nostre pietanze, abbiamo mangiato continuando a parlare degli aerei, dopodiché quando abbiamo finito e ci stavamo preparando per andarcene, la signora anziana del tavolo di fianco si è alzata e si è avvicinata a noi. Si è inginocchiata vicino a Livia, le ha accarezzato la testa e le ha detto – Lo sai che sei proprio una bambina meravigliosa, io una bambina bella come te, non l’ho mai vista in tutta la mia vita… – dopodiché si è alzata, mi ha salutato con un sorriso ed è tornata al tavolo insieme al marito. Io non lo so quali sono i meccanismi mentali che spingono alcune persone a fare questi gesti. Potrebbero essere milioni e tutti differenti. Potrebbe aver ascoltato la nostra conversazione ed essersi divertita, potrebbe essere una donna che non ha avuto la possibilità di avere un figlio e di conseguenza ne sente ancora la mancanza, potrebbe essere una madre che un figlio lo ha perso, o che semplicemente l’ha visto allontanarsi a poco a poco, sempre più padrone della sua vita, chissà, me lo chiedo sempre quando mi succedono cose di questo tipo, anche perché, quando sono con Livia, avvengono piuttosto spesso. Considerato che, a parte essere mia figlia e quindi per me, unica e più bella di chiunque altro essere al mondo, non mi sembra avere niente di diverso dagli altri bambini, percepisco sempre un alone di magia quando avvengono questo genere di incontri.

La spiegazione che mi piace darmi, che non ha niente di scientifico ma che per me racchiude la poesia di tutto ciò che non ho più, è che quando avvengono episodi di questo tipo è come se in qualche modo, io e Livia entrassimo in contatto con i miei genitori. Come se le loro molecole, tornate a far parte del tutto dell’universo, subito dopo la loro morte, siano diventate parte di qualche persona ancora in vita e che quei gesti, quei complimenti, quelle carezze di sconosciuti, siano tutte quelle esternazioni di amore e sentimento che lei dai suoi nonni, dai miei genitori, non potrà mai avere.

Ci siamo alzati e camminando verso l’uscita ho guardato nuovamente il tavolo dei signori che mi hanno sorriso ancora, alzando le loro mani, come se mi conoscessero da una vita, come se il loro saluto, fosse solo un arrivederci.